Accessibilità dei siti web: il nuovo obbligo e come adeguarsi davvero
Dal 28 giugno 2025 l'accessibilità dei siti web è un obbligo di legge per gran parte delle aziende private, non più solo per la pubblica amministrazione. Significa rendere siti, app e documenti utilizzabili da tutti, comprese le persone con disabilità — e farlo sul serio, perché i "menu di accessibilità" che promettono la conformità con un clic non mettono a norma niente. Ecco cosa è cambiato e cosa serve davvero.
Cosa significa accessibilità web
L'accessibilità web è la capacità di un sito, di un'app o di un documento di essere usato da tutti, a prescindere dalle condizioni di chi naviga. Non riguarda solo chi ha una disabilità permanente: le barriere si presentano in tre forme. Quelle permanenti (cecità, sordità, ipovisione, disabilità motorie, disturbi dell'apprendimento), quelle temporanee (chi sta recuperando l'uso della vista, dell'udito o delle mani) e quelle situazionali (chi naviga da smartphone in pieno sole, in un ambiente rumoroso o senza poter usare comodamente mouse e tastiera). Progettare per le prime migliora l'esperienza di tutti. E il bacino è enorme: secondo l'Unione Europea circa il 20% della popolazione ha una qualche forma di disabilità che può rendere difficile l'accesso ai contenuti digitali. Quando un utente incontra una barriera, di norma non prova a superarla: cambia sito.
Cosa dice la legge oggi
Fino a poco fa l'obbligo di accessibilità in Italia riguardava soprattutto la pubblica amministrazione (la storica Legge Stanca) e le aziende private con fatturato superiore a 500 milioni di euro. La svolta è l'European Accessibility Act (Direttiva UE 2019/882): recepito in Italia con il D.Lgs. 82/2022, è pienamente operativo dal 28 giugno 2025. Da quella data l'obbligo si estende a tutte le piccole e medie imprese — sopra i 2 milioni di fatturato e/o più di 10 dipendenti — che offrono prodotti e servizi digitali, con sanzioni fino a 40.000 euro; restano escluse solo le microimprese (fino a 10 dipendenti e 2 milioni di fatturato), e lo standard tecnico di riferimento sono le WCAG 2.2, le linee guida internazionali richiamate da AgID.
In pratica questo significa due adempimenti, oltre al rispetto delle WCAG: la dichiarazione di accessibilità da depositare ad AgID, per i privati entro il 23 settembre di ogni anno, e un meccanismo con cui gli utenti possano segnalare problemi. Per i siti e i servizi già esistenti prima del 28 giugno 2025 c'è un periodo transitorio che termina il 28 giugno 2030; per tutto ciò che nasce o viene rifatto da quella data in poi, invece, la conformità è richiesta da subito.
Perché i widget di accessibilità non bastano
Appena scattato l'obbligo, sul mercato sono comparsi i cosiddetti accessibility overlay: widget di terze parti che aggiungono al sito un bottoncino e un menu di opzioni (contrasto, dimensione del testo, navigazione facilitata) promettendo la conformità "con un clic". Non funziona, e conviene saperlo prima di spendere. L'Overlay Fact Sheet, firmato da contributor degli standard WCAG, ARIA e HTML e da professionisti di Google, Microsoft, Apple, BBC e Shopify, stabilisce che nessun overlay sul mercato rende un sito pienamente conforme a qualsiasi standard di accessibilità, e quindi non elimina il rischio legale. Il motivo è tecnico: gli strumenti automatici intercettano al massimo il 30-40% dei problemi di accessibilità, e il resto resta lì. Non è un'opinione di nicchia: la Commissione Europea afferma che gli overlay non sono soluzioni idonee per la conformità, e nel 2025 la statunitense FTC ha sanzionato per un milione di dollari il fornitore accessiBe per pubblicità ingannevole, perché sosteneva di rendere i siti conformi alle WCAG. In diversi casi l'overlay ha addirittura reso i siti più difficili da usare per le persone con disabilità — del resto chi usa uno screen reader ne ha già uno proprio, e un secondo livello sovrapposto crea conflitti.
Come si fa accessibilità vera
L'accessibilità non è uno strato da aggiungere sopra: si costruisce nella struttura, con una progettazione inclusiva fin dall'origine, una codifica semantica corretta e test con utenti reali. In concreto vuol dire codice HTML pulito e ben strutturato (titoli in ordine gerarchico, aree della pagina marcate correttamente), contrasto tra testo e sfondo conforme al livello AA, testo alternativo descrittivo per ogni immagine, navigazione completa da tastiera con il focus sempre visibile, moduli con etichette collegate ai campi, sottotitoli e trascrizioni per audio e video, e compatibilità verificata con gli screen reader. Lo stesso vale per le app e per i documenti: un PDF, un file Word o una presentazione PowerPoint sono accessibili solo se hanno una struttura e dei tag corretti — non basta esportarli. Il riferimento, per legge e nei fatti, sono le WCAG 2.1/2.2 di livello AA: è lo standard rispetto al quale ogni intervento va misurato.
Non solo un obbligo
Mettersi a norma conviene anche al di là della sanzione. Un sito accessibile raggiunge quel quinto di popolazione che altrimenti rimbalza, e migliora anche la SEO, perché le WCAG promuovono una struttura e una leggibilità che facilitano l'indicizzazione da parte dei motori di ricerca. Codice pulito, contenuti ben organizzati e testi alternativi sono esattamente ciò che serve sia agli utenti sia ai motori — accessibilità e visibilità lavorano nella stessa direzione.
In E-Motion Web non vendiamo scorciatoie: facciamo audit di accessibilità. Analizziamo sito, app e documenti rispetto alle WCAG 2.2 livello AA, individuiamo le barriere reali e definiamo gli interventi per metterti a norma davvero — migliorando insieme posizionamento ed esperienza d'uso. Richiedi un audit di accessibilità.